Il ritorno di Bergdahl è diventato l’incubo peggiore di Obama

“Was he worth it?”, valeva la pena? Il titolo sulla copertina del Time schiocca come una scudisciata per via di quel pronome personale: non è un “ne valeva la pena?” impersonale, l’oggetto della domanda retorica è “he”, lui, il sergente Bowe Bergdahl, 28enne dell’Idaho strappato dalla prigionia dopo cinque anni dietro il pagamento di una lauta contropartita, il rilascio di cinque talebani detenuti a Guantanamo. Lui ne valeva la pena? Il soldato umbratile e disilluso sospettato di diserzione, addirittura di intelligenza con il nemico, valeva cinque terroristi rimessi in circolazione e un implicito invito al rapimento di americani, attività improvvisamente diventata redditizia?
18 AGO 20
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“Was he worth it?”, valeva la pena? Il titolo sulla copertina del Time schiocca come una scudisciata per via di quel pronome personale: non è un “ne valeva la pena?” impersonale, l’oggetto della domanda retorica è “he”, lui, il sergente Bowe Bergdahl, 28enne dell’Idaho strappato dalla prigionia dopo cinque anni dietro il pagamento di una lauta contropartita, il rilascio di cinque talebani detenuti a Guantanamo. Lui ne valeva la pena? Il soldato umbratile e disilluso sospettato di diserzione, addirittura di intelligenza con il nemico, valeva cinque terroristi rimessi in circolazione e un implicito invito al rapimento di americani, attività improvvisamente diventata redditizia? Il sacro codice che impone di non lasciare nessun compagno d’armi sul campo “prescinde dalle circostanze”, come ha detto Barack Obama, ma per vendere all’opinione pubblica e all’arena politica uno scambio del genere occorre un eroe conclamato e senza ombre, altrimenti diventa difficile prescindere dalle circostanze. Dopo l’annuncio ad alto coefficiente emotivo di Obama assieme ai genitori del ragazzo, la fase eroica di Bergdahl è durata lo spazio di alcuni giorni, poi le ombre hanno preso ad allargarsi a dismisura, prima ancora che iniziassero a volare le accuse di diserzione da parte dei commilitoni. Si capisce che la faccenda è tragicamente sfuggita di mano agli uomini dell’Amministrazione quando illustri ex membri del governo, dunque coinvolti nelle discussioni sul caso, si smarcano dalla decisione della Casa Bianca. Leon Panetta, ex direttore della Cia e segretario della Difesa, mette “in discussione il fatto che ci siano le condizioni per cui questi terroristi non torneranno a combattere”. Più prudente ma non meno chiara Hillary Clinton, la quale ha fatto sapere attraverso i suoi molti canali che quand’era segretario di stato aveva molti dubbi sullo scambio di prigionieri. Molti tweet di giubilo di deputati e senatori per il ritorno dell’eroe sono stati surrettiziamente cancellati – gli interessati probabilmente credevano di poter lavare via le tracce con il tasto “delete”, ingenuità condivisa anche da Bob Bergdahl, il padre del soldato – ed è stata cancellata anche la festa per il ritorno del sergente nella sua cittadina, Hailey. Il sindaco ha detto che il municipio è stato inondato di messaggi e telefonate minatorie.

La gestione di un evento apparentemente lieto e latore di sentimenti di unità nazionale si è trasformata per la Casa Bianca in una delle peggiori prestazioni in fatto di comunicazione politica nella storia recente. La liberazione di Bergdahl era una calcolata manovra per promuovere la fine della guerra in Afghanistan. Tecnicamente i soldati americani saranno ancora lì quando gli elettori avranno scelto il successore di Obama, ma il presidente vuole intestarsi i meriti storici, e cosa c’è di più potente e didascalico dell’immagine dell’unico prigioniero di guerra che torna a casa? Con lui torna a casa simbolicamente tutta l’America. Allo stesso tempo Obama dà una sforbiciata alla popolazione di Guantanamo. Forse gli strateghi di Obama credevano che gli americani non si sarebbero accorti delle falle nella storia di Bergdahl, delle accuse a suo carico, della rabbia che il soldato covava verso il suo paese (“mi vergogno di essere americano”), dei sei soldati morti nelle missioni per cercarlo, del fatto che non è mai stato considerato né Pow, prigioniero di guerra, né Mia, “missing in action”, categorie che non descrivono la fattispecie di un soldato che abbandona la base disarmato e in abiti civili. Da questa leggerezza, o forse presunzione, comunicativa sono discesi tutti gli errori nella gestione pubblica del caso. L’Amministrazione credeva che l’America avrebbe provato empatia verso il padre barbuto e il suo “bismillah al rahman al rahim” pronunciato nel Giardino delle rose; credeva che avrebbe ritenuto l’Emiro del Qatar un garante affidabile. Ora gli agenti dell’intelligence temono che i cinque spariscano durante l’anno di custodia in Qatar, altro che “tenere d’occhio”, come dice il presidente. La Casa Bianca pensava forse che il paese avrebbe ascoltato docile e commosso la storia del soldato che ha servito “con onore”, come ha detto Susan Rice, che deve avere una cattiva stella che la guida a tenere pubblicamente linee politiche intenibili. Ieri, all’apice della sua fase difensiva, Obama ha detto che “non chiede scusa” per quello che ha fatto: “Abbiamo visto una possibilità e l’abbiamo sfruttata”. Fa parte del disastro comunicativo anche la querelle legislativa e costituzionale: perché Obama non ha avvertito il Congresso trenta giorni prima dello scambio, come prevede la legge? La Casa Bianca dice che nulla di illegale è stato commesso, perché le “circostanze eccezionali” – e fra queste la salute precaria del soldato – imponevano un’azione tempestiva e segreta del commander in chief. Ma non era l’odiato George W. Bush che estendeva i poteri presidenziali in nome delle circostanze eccezionali? La giustificazione della Casa Bianca ha finito per dare munizioni ideologiche anche a chi non aveva obiezioni sulla circostanza specifica. “Se il presidente fa una cosa, significa che non è illegale”: il motto di Nixon potrebbe campeggiare in esergo a un compendio della filosofia giuridica di Obama.

Infine, il video. Lo scambio dei prigionieri è stato filmato dai talebani e diffuso online, ennesimo aspetto di questa vicenda che la Casa Bianca non è stata in grado di controllare. Lo scambio è rapidissimo – i talebani avrebbero voluto un cerimoniale più arzigogolato – ma tutti i dettagli della scena, dalla bandiera bianca ai cecchini che controllano la valle, tendono a rappresentare i talebani come interlocutori legittimi che controllano il territorio e trattano con il nemico. L’immagine degli americani che perquisiscono il loro uomo prima di caricarlo sull’elicottero trasmette l’ansia del momento. E poi si vede Bergdahl, magro, rasato da poco, certamente non in forma ma in grado di parlare e camminare. Di solito gli eroi che ritornano in patria stringono mani e fanno discorsi ispirati alla nazione, non vengono sigillati in un ospedale tedesco per una settimana senza comunicazioni con il mondo esterno.